Sindacale 

Carige, chiusura di 100 sportelli e mille posti di lavoro condannati

Piano industriale di Carige, <Nell’incontro dell’8 gennaio scorso avente per oggetto il futuro di Banca Carige, i Commissari avevano rassicurato le organizzazioni sindacali nazionali di categoria sul piano industriale sostenendo che questo non avrebbe rimesso in discussione gli organici. Da quanto emerso ieri invece apprendiamo, con sconcerto, che il piano industriale si reggerebbe sul drastico taglio di mille posti di lavoro e sulla chiusura di 100 sportelli. Se anche non si trattasse di licenziamenti, ma di uscite incentivate, cosa peraltro tutta da verificare, questo rappresenterebbe comunque una ulteriore perdita di posti di lavoro e  un impoverimento per tutta la banca e il territorio>. Lo dicono Igor Magni e Federico Vesigna rispettivamente segretari generali Cgil Genova e Liguria.

<Purtroppo, quella di Carige, si sta profilando come l’ennesima vertenza nella quale le conseguenze dei processi di riorganizzazione passano dal taglio del costo del lavoro e in aggiunta a questo fatto non è nemmeno chiaro quale sarà il futuro della banca – proseguono Magni e Vesigna -. Secondo quanto appreso si profila infatti un  ridimensionamento del perimetro dell’istituto con ripercussioni sulla capacità di sostenere il tessuto economico e produttivo del territorio attraverso le politiche di credito>.

<Speravamo in un rilancio, invece questo è un de profundis perché quando si parla di taglio degli sprechi ma i tagli si traducono in spaventose riduzioni di occupati e di servizio al territorio, significa far venire meno la funzione sociale della banca – commenta il segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani – . Sullo sfondo leggiamo lo svuotamento delle strutture centrali, lo scaricamento di responsabilità su una rete impoverita di risorse, una mobilità territoriale insostenibile: tutto questo è inaccettabile e a maggiore ragione lo sarebbe il ricorso a forme di costrizione all’uscita del personale. Ci domandiamo quale fiducia possa destare una banca che punti solo sulla porzione più ricca della clientela, abbandonando le famiglie ed esternalizzando perfino la produzione dei mutui, e su un numero selezionato di aziende medio-piccole, negando il pieno sostegno all’economia locale, già a rischio per la decisione di praticare una vendita massiva di crediti deteriorati che può mettere definitivamente in ginocchio le imprese in difficoltà>.

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